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Quando il rio Gola invase di detriti Ravina PDF Stampa E-mail
Venerdì 12 Aprile 2013 12:52

Da giornale "Trentino" del 27 settembre 2012

 

dopo 70 anni

Quando il rio Gola invase di detriti Ravina

RAVINA. Almeno i più anziani, nel quartiere non dimenticano certo la tracimazione del rio Gola avvenuta il 27 settembre del 1942. Dunque sono trascorsi 70 anni da quella domenica pomeriggio in cui le persone hanno visto il loro abitato invaso da acqua e detriti per gran parte della sua estensione durante un nubifragio. In un quarto d’ora d’inferno, di fine del mondo - ricorda chi c’era - che a metà pomeriggio, dalla Val Gola, è scesa un’immensa assordante valanga di acqua, fango, ghiaia, sassi di tutte le dimensioni (anche di grossa cubatura) per depositarsi su fertili orti e vigneti per uno strato, dai tre ad oltre dieci metri, gran parte del quale non più asportato. In cima al paese, all’ex molino della famiglia Paris, la casa è stata parzialmente abbattuta, altre case sono risultate mutilate ed invase fino al primo piano da cumuli di fango e pietre. Sul tragitto si trovava anche la chiesa che non è sfuggita alla penetrazione dell’acqua e fango che ha movimentato banchi ed altri oggetti sacri. Una decina di persone fra le diverse presenti nel luogo sacro intente nella recita del Rosario per i soldati in guerra sotto la guida del curato don Mansueto Mazzonelli (che si è infortunato) sono state portate in salvo dopo una lunga attesa. Non si sono riscontrate vittime ma almeno una quarantina sono risultati i salvataggi che, stando alle testimonianze, hanno avuto del miracoloso. Le cronache ricordano che Claudio Demattè, di pochi mesi, sia stato salvato in extremis; egli è poi diventato un personaggio in qualità di economista, professore di università, presidente della Rai e delle Ferrovie dello Stato, venuto a mancare qualche anno fa. Probabilmente riconducibile a quella infausta giornata potrebbe essere il decesso del piccolo Tarcisio Paris che si trovava proprio nell’edificio all’ex molino, il quale è stato investito da tanta acqua che gli ha procurato la purtroppo tristemente famosa “doia”, non più debellata, morto quattro mesi dopo, nel gennaio 1943. Affogati e quindi vittime sono rimasti solo dei capi di bestiame, poi macellati. A 70 anni di distanza, gran parte di quella ghiaia scesa allora dal Monte Bondone è ancora indelebilmente presente nel sobborgo.(g.m.)

 

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